Essere Coach

Capitolo 22

Come faccio a sapere se pongo le domande giuste?

2 min

Se non sai come porre domande al coachee, questi frame, tra cui la piramide di Dilts, i 6 pilastri di Branden fanno parte della guida che nella tua mente illumina la via alle domande utili da porre al cliente.

Non esistono domande giuste o sbagliate, esistono domande utili o non utili in quel momento.

«Ma, Debora, come faccio a sapere se le domande che pongo sono veramente utili al cliente?»

Ecco una risposta confortante: non siamo lettori della mente e non possiamo anticipare le plurime strategie di successo che il cliente adotterà (dove “successo” è inteso come funzionale al suo benessere), possiamo – e dobbiamo – sempre proporre domande che:

  1. trasportino il/la coachee fuori dallo stato emotivo attuale
  2. gli/le facciamo esaminare diversi stati desiderati, sotto forma di domande che propongono l’esplorazione di ambienti diversi, convinzioni, modelli di comportamenti, atteggiamento, azioni e reazioni a situazioni.

Per questo, se le domande che poniamo sono sempre rivolte VERSO più SD, non saranno mai sbagliate. Se tengono conto della possibilità, della desiderabilità, del controllo da parte del cliente, e del suo equilibrio interiore in OGNI fase, anche nella formulazione della domanda, questa non sarà mai sbagliata.

Domande sbagliate… nel linguaggio

Mi spiego,

  1. se vogliamo portare il cliente fuori da SA ma chiediamo, al negativo: «Come puoi non sentirti più sbagliato in quella situazione?» non abbiamo tenuto conto dell’equilibrio emotivo, di VAK e coerenza interna. Non abbiamo colto l’opportunità di mostrare in positivo al coachee cosa sentire e provare di diverso.
  2. se continuiamo a riformulare al presente ciò che il cliente vuole lasciare al passato perdiamo l’opportunità di proiettarlo fuori, nel futuro: «Quindi, mi stai dicendo che, quando avevi certi pensieri, quelle frasi nella mente e vedevi certe immagini mentali, tu facevi quella cosa?»
  3. se continuiamo a nominare quel fatto, emozione “negativa” o abitudine, che il cliente vuole abbandonare, nelle nostre domande o ristrutturazioni continueremo a proporgliele mentalmente e NON agevoleremo l’abbandono di certe sinapsi: «Come fai la prossima volta a non abbuffarti quando sei stressato?», «Cosa vuoi fare per non urlare ai figli la prossima volta che litigano in casa?», «Quanta soddisfazione proverai quando non ti abbufferai/fumerai/urlerai più per un mese in quelle precise occasioni in cui ti sentivi scoppiare?» Aiuto! Help!

Ai corsi di Coaching e PNL del CCA rivediamo, ma soprattutto applichiamo nel concreto (allenando la fluidità nell’assistenza al coachee) queste regole base di comunicazione efficace e intelligenza linguistica in coaching. Qui ti riporto velocemente le regole base a cui faccio riferimento: parlare al passato di ciò che non si vuole portare avanti; parlare in positivo e specifico per ciò che si vuole rinforzare (anche a livello sinaptico quindi!); essere vaghi su ciò che non si vuole replicare e proiettare nella mente del cliente; usare i “vuoi” e non i “devo” e aiutare il cliente a fare lo stesso; chiudere la frasi prima di finire con ciò che non vogliamo più, quindi sfruttare la locuzione “e basta”; ristrutturare trasformando le nominalizzazioni in verbi (es. vita in vivere) o gli aggettivi negativi in meno impattanti (odiare in non condividere o arrabbiato in stizzito alla Anthony Robbins). Semmai lavoreremo insieme, ci alleneremo di continuo con queste indicazioni, in ogni esercitazione e simulazione, tra noi e con i coachee.

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