Capitolo 5
Il proposito del coaching
Il coaching esiste perché va oltre alla consapevolezza, va verso la risoluzione.
L’esigenza di analizzare e di conoscere il “perché” le cose non vadano ha una ragione di esistere se serve per conoscersi e per modificare strategie inefficaci. E poi? Ma poi? Oggi (in realtà da decenni) gli psicologi più efficaci e che aiutano i propri pazienti in modo durevole nel cambiamento, usano anche il coaching per restare sempre proiettati alla soluzione. L’ascolto, l’accoglienza e l’indagine di sé oggi non bastano più, oggi richiediamo l’auto-coaching. Il cliente (o paziente per psicologi) non vuole solo capire da dove vengano certi blocchi o strategie di difesa emotiva, vuole anche risolverle. E capirle non è risolverle.
Il “perché” è buono o no?
Nel coaching il “perché” è solitamente utile se guarda ai traguardi e non agli stalli. Certo, conoscere il perché ci troviamo in una certa situazione “negativa” è importante per varie ragioni:
- emotivamente, ci permette di accettarci come persone, al di là di certe imperfezioni (di gestione emotiva o comportamentali)
- ci permette di conoscere strategie “disfunzionali” e cambiarne la struttura, per cambiare le cose
- ci permette di accettare anche chi attorno a noi potrebbe essere fonte di problemi e
- sapere che crescendo diventiamo noi agenti del nostro cambiamento.
Poi però è necessario procedere.
L’accettazione – anche nel coaching – è parte integrante del processo di crescita.
Poi, o anche durante il processo di comprensione, possiamo agire VERSO: verso soluzioni (più di una) da testare, provare, consolidare.
SA >> SD(i)
Dallo stato attuale a stati desiderati.
Nel coaching, il nostro intento è quello di guidare e assistere l’uscita del coachee da SA verso più SD da esplorare.
E come?
Con domande utili (a cui sottende una conoscenza di base del Metamodello e delle violazioni del linguaggio che leggi in seguito) suddivise nelle tre fasi che proponiamo al CCAItalia: 1. Domande esplorative, 2. Domande Test, 3. Domande di rinforzo emotivo (torniamo sulle domande in un altro capitolo).
Hai quindi visto che il “perché” rivolto all’analisi del problema è utile se risponde alle quattro esigenze nell’elenco di cui sopra. Ancor più interessante è il “perché” il tuo cliente vuole risolvere certe situazioni. Jim Rohn dice «Più grande è il “perché”, più facile sarà il “come”». Che per noi si traduce nel dire che più forte è la motivazione intrinseca del cliente, più facile sarà l’installazione delle strategie risolutive proposte da noi e poi scelte dal cliente. Se il tuo cliente vuole dimagrire e si concentra solo sulla glicemia alta come motivazione sollevata dal medico, potrebbe essere un “perché” insufficiente. Noi vogliamo che i suoi “perché” siano forti e potenti. Perché lo vuole? Cosa otterrà? Come si sentirà? Chi sarà? Grazie a questi “perché” la sessione di coaching è impostata perché potremo sondare i suoi valori, obiezioni inconsce e insegnare al cliente come accoglierle, comprenderne l’intento e poi rispondere. Potremo visualizzare la realizzazione dei “perché” sulla linea del tempo futuro… Possiamo fare molto partendo dalle motivazioni intrinseche e l’OMI model ha preso forma naturalmente.
Perché no?
Interessante è la formula del “perché no?” come domanda utile da porsi per sfidarsi al cambiamento. I clienti che – di fronte a sfide con te individuate – si chiedono “perché no?” in realtà si rivolgono alla propria parte abitudinaria ed emotiva per chiedersi se esistano oggettive, effettive, imprescindibili ragioni per non proseguire… Be’, se non esistono, allora, perché non provare?