Essere Coach

Capitolo 2

Essere coach… è facile o difficile?

6 min

Mi presento come si deve: sono Debora Conti, sono coach professionista e autrice di libri dal 2006. I giorni delle mie settimane, in qualsiasi stagione, li passo in compagnia dei miei coachee. Sono anche formatrice per corsi in azienda e direttrice del CCAItalia, il Centro di Coaching Applicato che propone formazioni di coaching e PNL dal 2021.

Prima della pandemia ho incontrato per anni a Milano, per due giorni di corso dal vivo, dei coach come me in un corso allora chiamato “Strumenti di coaching”. Poi, durante la pandemia, ho avviato online una versione beta del master con alcuni coach, che si è poi trasformata e strutturata fino a ciò che puoi trovare oggi sul CCAItalia.com.

Essere o fare?

Inizio subito a porti una domanda: tu vuoi essere coach o fare coaching? Certo, perché fare coaching NON è prerogativa del coach. Anzi, oggi sempre di più molti manager usano strumenti di coaching lavorando con i propri collaboratori, gli insegnanti lo utilizzano a scuola relazionandosi con gli alunni, così fanno dottori, venditori, consulenti, assistenti.

Quindi, tu: vuoi usare il coaching o essere coach? (Spolier, entrambe le vie sono TOP!)

  1. Se vuoi fare coaching e usare strumenti di coaching nel tuo lavoro, qui troverai delle dritte utili per la gestione di conflitti, dubbi e per guidare il tuo interlocutore a più soluzioni.
  2. Se sei un coach e leggi queste pagine perché tu vuoi, profondamente vuoi, volitivamente e appassionatamente vuoi essere coach, allora considera questa fonte di informazioni come un tassello importante nel tuo percorso per essere un coach di successo. Hai già sbirciato tra le pagine? Hai letto ciò che ti aspetta nell’indice del libro?

Questo passaggio ti permette di fare delle scelte iniziali. Nessuno ti vieta un domani di diventare coach part-time, e poi full-time. Se oggi hai un lavoro e vuoi iniziare a usare il coaching tra colleghi, dipendenti e con la dirigenza: top! Poi, un domani, chissà, potrebbe anche diventare la tua professione a tempo pieno.

La risposta che ti dai adesso, anche se fosse valida solo per adesso o per i prossimi mesi, ti permette di comprendere meglio il ragionamento che segue, cioè il messaggio di questo capitolo:

fare coaching è relativamente facile, essere coach è relativamente difficile.

«Ma come, Debora, mi tarpi le ali ancor prima di iniziare?»

No, lungi da me: il mondo, l’Italia, noi abbiamo bisogno di validi coach sul territorio. Qui voglio essere la tua alleata nella tua crescita e verso i tuoi obiettivi. E forse presto avremo anche modo di incontrarci.

Lasciami quindi spiegare cosa intendo quando affermo che “fare coaching è relativamente facile, essere coach è relativamente difficile”:

1. Fare coaching sul tuo luogo di lavoro dovrebbe essere d’obbligo (oserei dire!), tra rispetto, ascolto attivo, empatia esercitata e domande guida. Non è facile e anche questo richiede allenamento grazie a qualche libro o corso di coaching. So e sono convinta che si possano acquisire tutti gli strumenti di coaching utili in tre modi: facendosi assistere da un coach, leggendo libri sull’argomento o frequentando un valido corso di coaching (e in Italia siamo fortunati perché ne esistono diversi). Chi dovrebbe “fare” coaching sul proprio luogo di lavoro? Tutti: in primis gli insegnanti e i dottori (e ne conosco sempre di più che si avvicinano a questo meta strumento), e poi in ogni ambiente di lavoro dove esistono relazioni, tra pari e gerarchie, il coaching dovrebbe fungere da collante.

2. Essere coach e farlo di professione è relativamente difficile e chi ti dice il contrario la fa “facile”. Sì, il numero dei coach aumenta sempre di più (lo vedi su Instagram, siamo tutti coach!) ma in quanti ci vivono? E quanti ci vivono bene? Essere coach sarà – spero – sempre più “normale” come professione, per ora non lo è ancora. Ecco perché ritengo sia “relativamente difficile”: per l’attuale confusione sull’argomento. I bravi coach continuano a formarsi e allenarsi. Hanno sicuramente superato le 10 mila ore di pratica, anzi, non le contano nemmeno e proseguono per passione.

Un mare di confusione

Nell’ambiente attorno a noi (direbbe Dilts riferendosi alla sua Piramide che vedremo in seguito), che potremmo anche chiamare “il mercato” attuale, c’è la totale confusione sulla figura del coach. Oltre a stili di coaching (PNL, umanistico, sistemico, dinamico, spirituale, …), ci sono tipi di coaching diverso (sport, executive, team, life, career, …). Poi ci sono le persone che si auto-definiscono coach ma non lo sono (i cosiddetti “fuffa coach”). E infine ci sono consulenti che usano la qualifica di coach perché va di moda (coach per ogni tipo di social o strategia di marketing, perfino per farsi la manicure).

Qual è il vantaggio in questo momento storico? Che tutti possiamo emergere.

Qual è lo svantaggio in questo momento storico? Che tutti possono emergere.

«Che si fa allora Debora? Desistiamo?»

No, certo che no. Anzi, spetta a noi che usiamo il coaching (qualsiasi sia lo stile o il tipo di coaching) far conoscere sempre di più questa pratica, intesa come assistenza e non consulenza, come servizio e non come risposta.

Per superare la confusione e per emergere, al CCAItalia aiutiamo chi vuole essere o fare coaching in molti aspetti:

  • a. A fare pratica,
  • b. A trovare esercizi da proporre per problematiche tipiche,
  • c. A saper usare le visualizzazioni,
  • d. A esercitare la linguistica, anche con la parte inconscia del cliente,
  • e. A capire come proporsi con dritte di Marketing,
  • f. A metterci la faccia nel modo giusto!

Essere coach non basta

Essere coach poi non basta, è necessario che il nostro potenziale cliente capisca bene cosa possiamo fare per lui o lei.

«Ma come Debora, non solo è difficile esserlo, è anche difficile farlo capire?»

Sì, oggi sì. È necessario andare oltre la definizione di “coach” e mostrare ai nostri potenziali clienti (a cui noi ci sentiamo più affini) cosa possiamo fare per loro e come possiamo accelerare la loro curva di miglioramento per le specifiche problematiche che incontrano al momento. E come si fa questo? Prima entriamo nella loro “bolla” e poi li portiamo fuori usando la nostra expertise. Se partissimo sin da subito a parlare di chi siamo, quanto siamo bravi e formati, annoieremmo all’istante. Prima andiamo noi a trovare loro, nella loro mappa del mondo, e poi li portiamo ad ampliare la visione delle cose e a scoprire le potenzialità del coaching… con noi!

Forse un domani, quando tutti daranno per scontato che un coach assiste e non risolve, che fornisce strumenti e non risposte… Allora (forse) sarà più facile far capire il valore di un coach professionista.

Essere coach non basta.

Tra la confusione attuale, è necessario oggi essere un bravo coach e saperlo mostrare bene. Serve esserlo e mostrarlo. Serve che le persone lo sappiano: lo leggano, lo sentano, lo percepiscano ben chiaro per poi contattarci.

Una terza categoria

Esiste poi una terza categoria: chi non è coach ma usa il coaching nella propria professione. Sto parlando di professionisti nel mondo del benessere psicofisico: come psicologi, counselor, naturopati, operatori olistici ecc. Queste categorie di professionisti della salute, emotiva e fisica, hanno a che fare quotidianamente con persone che vogliono crescere ma che hanno dubbi e paure e vogliono essere aiutati. Il coaching può facilitare di molto la loro (tua, se è il tuo caso) professione: per gestire obiezioni, paure, motivazione intrinseca, fallimenti (che io chiamo “scivolate”) ecc.

Questa terza categoria potrebbe trarre alcuni vantaggi da questo libro perché – pur continuando a offrire i propri strumenti di assistenza – potrebbe allenare:

  • a. La linguistica e la comunicazione efficace,
  • b. Le visualizzazioni e il linguaggio ipnotico,
  • c. La struttura di un incontro di coaching.

Ma andiamo per gradi. Per ora ti auguro una piacevole lettura. Spero che, in ciò che seguirà, troverai cornici e strumenti di coaching utili per facilitarti sul lavoro qualsiasi sia la tua esigenza adesso.

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