Capitolo 20
Il principio di esposizione e la distanza emotiva… insieme
Due principi da tenere a mente nel tuo coaching sono:
- il voler tenere a mente l’esposizione graduale a difficoltà, NECESSARIA all’apprendimento inconscio
- l’allenamento alla giusta distanza emotiva in ogni passaggio di crescita
Esporre nelle visualizzazioni
A fine libro ti regalerò delle parti di script di visualizzazioni pronti da usare. Qui iniziamo a introdurre il concetto di visualizzazioni per ampliare la zona di comfort del cliente. Le visualizzazioni “correttive” o di apprendimento ci aiutano a esporre il cliente a novità in totale sicurezza perché il lavoro è prima mentale e poi calato nella realtà.
Prima e dopo per correggere… e mai nel mezzo!
Nel mezzo di una forte emozione (rabbia, paura, forte stress) non è certo il momento giusto per proporre il cambiamento. Nel mio linguaggio di coach questi momenti sono definiti “a caldo”, quando – un po’ come nel cartone animato Inside Out al personaggio rosso va letteralmente a fuoco la testa! – scoppiamo e la nostra parte inconscia in quel momento è in modalità “pilota automatico” e NON può essere corretta, nemmeno sollecitata.
Quando allora proporre il cambiamento ai coachee? Prima o dopo. Ai nostro corsi, quando alleniamo le visualizzazioni, NON proponiamo mai al coachee di farlo nel bel mezzo della sua eruzione emozionale. Sempre nella calma e neutralità di altri momenti: come con noi in studio o una sessione online per “allenare” il cambiamento in visualizzazioni di processo (è così che nel libro "Visualizza la vita che vuoi" definisco le visualizzazioni di cambiamento di automatismi o abitudini).
Sliding doors
Durante una sessione di coaching quindi, dopo aver esplorato la situazione (O, osservazione di OMI), proposto modifiche fattibili e desiderabili dal cliente (M, modificazione di OMI), siamo alla fase dell’installazione e con la visualizzazione correttiva di processo chiediamo al cliente delle IPOTESI. Proprio come il film Sliding Doors dove Gwyneth Paltrow prende o non prende il metrò e ciò le cambia la vita, così noi chiediamo al coachee di correggere il passato e/o proporre alla mente altre vie per il futuro:
- «Cosa sarebbe successo se quindi avessi fatto, detto, provato, sentito… come mi hai suggerito prima? Come ti saresti sentita/o? E poi cosa avresti fatto?»
- «Cosa accadrà la prossima volta che questa situazione è probabile che si ripresenti se farai, dirai, proverai, sentirai ciò che mi hai suggerito prima? Come ti sentirai? Cosa farai dopo?»
Se conosci lo strumento della scala da 1 a 10 usalo per testare quanto il cliente sente efficaci, desiderabili e fattibili tali opzioni. E poi invita il cliente ad allenare spesso queste alternative in privato in momenti di neutralità emotiva.
Esporre “virtualmente” i clienti alle difficoltà per prevedere e pre-correggere è nostro dovere di coach! Come, nelle pagine precedenti è stato quello di fare l’avvocato del diavolo. Un coaching dove tutto è bello e funziona non è coaching, è una chiacchierata tra amici dove chi ascolta vuole sbolognarsi in fretta il problema di chi espone.
La giusta distanza emotiva
È banale da capire, difficile da applicare. La distanza emotiva l’abbiamo già sfiorata quando parlavamo della consapevolezza da acquisire ad ogni passaggio di crescita per conoscersi e accettare le proprie imperfezioni, piccole e gigantesche, e solo da lì poter crescere. Aiuta il/la tuo/a cliente a osservare sé stesso/a o le situazioni scatenanti con la giusta distanza emotiva così da non scatenare di nuovo quella frustrazione, rabbia, delusione, stress così forti che impediscono il cambiamento.
La distanza emotiva è fondamentale per tenere “al fresco” la mente emotiva, pena l’inefficacia dell’incontro. Se l’incontro assomiglia più a uno sfogo arrabbiato che a una sessione di problem solving significa che la parte emotiva del coachee è troppo sollecitata in quel momento. Noi possiamo calmarla in vari modi:
- Una visualizzazione di rilassamento
- Respirazione
- Immaginare distanza emotiva e sviluppare l’empatia
- Altro…
L’empatia
La distanza emotiva aiuta anche a diventare tolleranti. L’empatia è utile (fondamentale diciamocelo!) sia verso di sé e la propria parte abitudinaria che continua a fare ciò che noi non accettiamo di noi, sia verso gli altri che non capiamo e nei confronti dei quali ci induriamo sempre di più a svantaggio della relazione.
Essere empatici significa mettersi nei panni di chi non la pensa come noi o di chi fa cose che non appoggiamo (anche la nostra parte abitudinaria) e cercare di capire il mondo dal loro punto di vista.
Deriva dal greco en-pathos che significa “sentire dentro”. Aiutiamo i nostri clienti ad allenare l’empatia verso di sé e verso altri, questo li farà sentire più tolleranti e in pace con le ingiustizie a cui sono esposti (internamente o esternamente).
Non confondiamola però!
L’empatia è spesso confusa con l’identificazione o la compassione: capire cosa prova l’altro non significa approvarlo né fare nostri i suoi sentimenti. Essere empatici con chi prova dolore non significa neppure farsene carico, ma comprendere e rispettare. La simpatia è invece quel sentimento che si prova nei confronti di qualcuno che ci sta simpatico, ci piace la sua compagnia, vediamo le cose simili a loro, passiamo del buon tempo di qualità insieme. L’approvazione è forse più rara, è un giudizio e non tanto un sentimento e avviene quando approviamo la scelta di un compagno, famigliare o anche di un estraneo. Approvare la scelta di qualcuno non implica che lo comprendiamo, né che ci stia simpatico e nemmeno che lo conosciamo in realtà. L’identificazione è un altro errore. Non è necessario identificarsi con qualcuno per capirne pensieri e convinzioni. La compassione è un’altra nobile emozione. Sicuramente una delle emozioni da collezionare nel nuovo millennio ma, ancora una volta, diversa dall’empatia. Non è necessario provare compassione per qualcuno per essere empatici. La compassione è quando comprendiamo i sentimenti altrui, e – in generale – quando partecipiamo alla loro sofferenza, senza provarne pietà, ma restando semplicemente vicini emotivamente.
Provare empatia significa quindi mettersi nei panni di chi è diverso da noi ed esplorare. Essere empatici amplia la propria mappa mentale e arricchisce la visione che si ha del mondo:
- Se il tuo coachee attiva distanza emotiva per guardare alla parte di sé che ancora mangia extra o fuma con empatia, forse ne accetterà le difficoltà o le resistenze al cambiamento. Né coglierà aspetti emotivi di tutt’altro livello e profondità. E solo da lì (siamo all’accettazione di cui parlavamo in precedenza) potrà cambiare INSIEME alla sua parte emotiva.
- Se il tuo coachee attiva distanza emotiva per osservare una relazione di tensione tra lui/lei e un famigliare, sarà più facile avvicinarsi empaticamente alle difficoltà relazionali dell’altro. Capirne i limiti emotivi, e quindi accettare ciò che riesce a fare/dare, gli/le permetterà di ricucire la relazione su solide basi di intelligenza relazionale.
Ai corsi del CCA vediamo questi aspetti nella pratica, studiamo casi e ci esponiamo a situazioni di coaching con delle simulazioni, per poi notare e apprendere quanto sia importante proporre ai nostri clienti la distanza emotiva e l’esposizione a situazioni difficili per renderli veramente indipendenti... giorni, mesi e anni dopo che li abbiamo seguiti in un percorso di coaching.