Essere Coach

Capitolo 12

Cosa farne della paura?

2 min

Le emozioni, lo abbiamo detto, sono tutte utili: nel coaching non ne discutiamo l’utilità in generale, semmai nel particolare. Cioè, è giusto avere paura? Certo se ti trovi su un dirupo e avanzi distratto!!! No se hai un pensiero che ti frulla in testa per troppo tempo per un qualcosa che potrebbe capitare ma è molto probabile che non accada mai.

Possibile e probabile

Il tuo coachee si presenterà con una disproporzione delle probabilità, appesantendo nella sua mente le possibilità di eventi negativi. Per lui o lei sarà probabile, molto probabile fallire di nuovo, se questa è una loro paura: litigare, ritornare ad abbuffarsi, fumare, arrabbiarsi, stressarsi, preoccuparsi. (Ed è quasi un paradosso: hanno paura di preoccuparsi e ciò che il loro sistema nervoso sente è – appunto – la preoccupazione di potersi preoccupare.)

Se il tuo cliente confonde ciò che è possibile con ciò che è probabile, anzi, crede che possa essere altamente probabile solo perché un evento possibile gira di continuo nella sua mente, è importante fargli capire che ciò che crede, vede, prova e si dice dentro (quel VAK già incontrato) non corrisponde necessariamente alla realtà probabile. Anzi, raramente è il caso.

Come coach non abbiamo la responsabilità sull’obiettivo del coachee ma abbiamo la responsabilità dell’onestà di un incontro di coaching: dobbiamo mostrare al cliente che ciò che crede non è necessariamente ciò che la gente vede, nel bene e nel male.

La paura quindi va negata?

No, certo che no. La paura è un’emozione utile, è importante saperla ascoltare e dosare.

Se un cliente manifesta paura del fallimento, per esempio, è importante guidarlo in un dialogo con quella parte: cosa vuole dire? Lo vuole proteggere? Come cerca di farlo? È efficace o necessita di correzioni? Cosa, quindi, la parte volitiva e cosciente del cliente potrebbe proporre alla sua paura?

La prima fase è l’accettazione di conflitti interni. La prima fase in ogni cambiamento è SEMPRE l’accettazione dello Stato Attuale (SA). Sa tanto di suggerimento buddhista eppure noi coach sappiamo essere la verità: negare il problema, ingigantirlo o rimpicciolirlo (!) non serve. Il problema va “aperto” e lo si apre iniziando dall’accettazione delle parti interne nel conflitto.

La seconda mossa è quella di coglierne l’utilità: cosa vuole questa parte in realtà? Si scopre sempre che l’intento è positivo, di solito di protezione. La nostra parte emotiva tende sempre alla conservazione nel conosciuto, anche se emotivamente tossico.

La terza mossa è quella di guidare il coachee con strumenti di coaching a continuare il percorso di crescita e cambiamento.

Nei nostri corsi proponiamo questi tre passaggi spesso accompagnati da una visualizzazione sulla paura: proponiamo al coachee un luogo sicuro e un incontro sereno con la propria paura. L’esito di questa visualizzazione è sempre spettacolare!

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