Essere Coach

Capitolo 15

Perché lo vuole?

6 min

Abbiamo detto in precedenza che chiederci il perché al negativo, cioè «Perché lo fa?» ci spiega la situazione, ma ciò – di solito – non la risolve affatto. Se, invece, chiediamo al nostro cliente «Perché lo vuoi?» allora lo proietteremo come l’uomo cannone dei circhi verso il risultato desiderato e attiveremo la modalità di apertura mentale. Carol Dweck nel suo libro ci parla di Mindset , cioè di atteggiamento mentale, e lo distingue tra “Growth Mindset” e “Fixed Mindset”. Si tratta di due tipi di atteggiamento con cui le persone passeggiano nel mondo e che possiamo anche decidere di abbandonare come fosse un rifiuto nel loro cassonetto della differenziata. Growth Mindset sta per Mindset di crescita: un atteggiamento che si proietta verso il cambiamento, la crescita, l’autocorrezione e auto-coaching. Il Fixed Mindset sta per atteggiamento mentale fisso, di chi è rigido: ha un problema e lo constata (o si lamenta) ma non cambia né si pone domande per aprirsi a possibilità nuove.

Chiedere al cliente “perché vuoi ciò che mi stai raccontando?”, cioè: «Cosa ti darà fare così, essere così, essere lì?» li scaraventa nell’incertezza del futuro, un’incertezza – però – tutta da scoprire e da costruire.

I valori e le regole

I valori sono il nostro “perché”, ciò che ci spinge ad agire, rifiutare, avvicinarci a persone… Agire secondo i propri valori ci permette di sentirci pieni, completi, e dare un significato a ciò che facciamo.

Ma non basta.

Non è sufficiente sapere che l’amore e la salute sono due valori importanti per il cliente, è importantissimo indagare il COME pensa di soddisfarli: le regole da seguire per sentire di rispettare i propri valori. Se per una persona sentirsi viva e dedicarsi a sé è leggere un bel libro in solitudine, per un'altra può essere buttarsi da un dirupo con il paracadute e urlare di gioia. Se per una persona amore è vicinanza, per un’altra può essere rispetto reciproco. Se per una persona autorealizzazione è sentirsi importante per i propri cari, per un’altra è legata al conto bancario.

La gerarchia dei valori (cioè l’ordine con cui li riteniamo importanti per noi) e le regole necessarie (per la nostra parte emotiva) ci distinguono gli uni dagli altri come le impronte digitali o la forma del padiglione auricolare. C’è una difficoltà che noi coach dobbiamo considerare, però…

Le nominalizzazioni

Spesso, spessissimo, be’ sempre, i valori sono espressi sotto forma di “nomi astratti” che nel Metamodello chiamiamo “nominalizzazioni”, cioè quelle parole che – come dice Richard Bandler – non possono essere messe fisicamente in una carriola e portate via. Il vantaggio con le nominalizzazioni è che quando diciamo “amore” tutti (in generale, quasi tutti) pensiamo a quella cosa “positiva” e se diciamo “odio”, all’opposto, pensiamo a quella cosa “negativa”. Lo svantaggio con le nominalizzazioni è che tutti ne parliamo ma tutti le percepiamo in maniera diversa. Ciascuno per sé: in base alle proprie regole, esperienze passate, percezione e convinzioni.

Quindi, per Ottis Toole, il serial killer della Florida la cui madre lo abusava sin da piccolo e lo obbligava a vestirsi da femmina chiamandolo Becky e la cui nonna lo obbligava a frequentare sedute sataniche, il concetto di “amore” sarà radicalmente diverso da quello tuo o mio che abbiamo vissuto – presumo – un’infanzia tutto sommato serena, ordinaria, tra gli affetti famigliari. E così l’“odio”, per un bambino soldato somalo che si è visto rubare l’infanzia, sarà associato a potere e rispetto; molto diverso da chi considera l’odio un’emozione troppo forte da concedere anche alle delusioni più forti della vita.

È importante quindi per chi indaga con domande utili scoprire cosa ci sta dietro. Quando ascolti parlare il tuo cliente chiediti “cosa c’è dietro?”: come legge lui o lei questa nominalizzazione? Come la sente, la percepisce e la rievoca dentro di sé? Sì, perché ci sono le domande che tu poni al cliente e poi ci sono quelle che tu poni a te stessa/o nella mente. Solo alcune di quelle che girano nella tua mente verranno verbalizzate e raccolte dai padiglioni auricolari del cliente.

Le nominalizzazioni sono quindi quelle parole astratte che per ciascuno di noi hanno un significato soggettivo e sono portatrici di carichi emotivi “positivi” o “negativi” (e noi ormai diremmo utili e non utili).

I valori sono quelle nominalizzazioni a carattere “positivo” per la persona e quindi corrispondenti al suo ideale di crescita.

Ecco alcuni valori sotto forma di “nominalizzazioni”: creatività, benessere psicofisico, avventura, impegno, flessibilità, assertività, giustizia, amicizia, autenticità, perdono, indipendenza, compassione, divertimento, intimità, connessione, gratitudine, amore, cooperazione, onestà, ordine, generosità, operatività, consapevolezza, rispetto, perseveranza, coraggio, fiducia, sicurezza, responsabilità, accettazione.

Se il tuo coachee agisce “lontano” dai propri valori vuol dire che ha creato uno scarto tra chi è oggi e chi ritiene di poter essere.

E poi non finisce qui, è “un filo” più complessa… ancora!

Obiettivi e incoerenza con i valori

Non ti parlo di obiettivi e micro obiettivi correlati all’apprendimento inconscio e alle abitudini da cambiare qui perché avrei così tanto da dire che ci vorrebbe un altro libro. Se poi ci incontreremo per una formazione, ne parleremo sicuramente.

Qui è importante tenere a mente che se il tuo cliente agisce “per obiettivi” ignorando i propri valori NON sarà coerente con sé stesso/a. Cioè, prendo un esempio classico: se il tuo cliente si vuole sposare perché è un obiettivo socialmente rispettato e riconosciuto e – sposandosi – il tuo cliente soddisfa il valore del rispetto e il bisogno di accettazione sociale (vedi in seguito) ma non per amore, condivisione ecc… Chi può dire se le basi su cui il suo matrimonio è fondato siano sufficientemente solide… e valide? Solo il tempo.

A conclusione di questa ulteriore nuance (si fa per dire) da tenere a mente, diciamoci che quando i coachee si avvicinano a noi con degli obiettivi, sarà bene – tra le mille domande che emergono istantaneamente nella nostra mente – selezionare quelle giuste per indagare con lui o lei se gli obiettivi sono in linea con i loro valori e se non cozzano con le regole sottostanti ai valori.

Troppo macchinoso da tenere presente? Potrebbe… Sai cosa c’è di più semplice? C’è sempre la lettura del corpo del coachee: ti sembra coerente, trasportato, avanza o si ritrae quando ne parla? E poi puoi sempre adottare una delle mie carte da coach preferita: l’avvocato del diavolo!

Essere l’avvocato del diavolo

Uno dei ruoli che trovo mio dovere dover assumere in coaching è quello di trasformarmi nell’avvocato del diavolo quando “sento” che il coachee potrebbe pensare troppo lontano senza aver ben pianificato intoppi, scivolate, demotivazione, distrazioni dalla vita che continua a scorrere…

In genere faccio domande che iniziano con «E se…, cosa faresti? Cosa farai? Come…?» Naturalmente, dove quegli “e se” non sono mai belli da sentire. Trovo profondamente disonesto uno stile di coaching che pianifica “su carta” come se tutto potesse andare liscio senza prevedere nel percorso… la vita che ci si mette in mezzo.

Nella costruzione dei palazzi si redigono almeno tre piani edilizi: il primo per il Comune, il secondo per i lavori e poi il terzo per i dettagli e incastrare il tutto, anche il capitolato scelto poi dall’acquirente. Secondo te, perché in coaching, la prima bozza di pianificazione all’acqua di rose dovrebbe bastare? È nostro dovere di coach, counselor, psicologi o professionisti del benessere che usano il coaching mettere il cliente davanti alle difficoltà:

  • ancor prima che arrivino
  • anche se non accadranno mai.

Ai miei corsi mi piace condividere l'analogia del polpo. Quante zampette ha? 8 giusto? Bene, è una giusta media tra il 5 e il 10. È l’immagine che io uso in coaching per proporre al coachee di pensare a 8 alternative di soluzioni. «E se accade che… cosa vuoi e puoi fare?» chiedo. E non mi accontento di una sola via d’uscita ne chiedo 8, tanto quanto un polpo.

Illustrazione di un polpo con otto tentacoli

Poi se il cliente al momento me ne sa dare 3 o 5 andrà bene lo stesso, il resto delle strategie risolutive al problema o eventuali intoppi (possibili e probabili) emersi con l’avvocato del diavolo, saranno parte dei “compitini mentali” per casa nella terza fase dell’OMI Model.

Tutto torna quando hai un quadro del coaching ampio e – allo stesso tempo – nei dettagli: OMI model, SA >> SD, e non un solo SD ma più di uno, che rispondano ai “voglio” e ai “posso”, che siano coerenti e non dei “devo” e che siano ben inseriti (si dice ecologicamente in coaching) nel resto della vita del o della coachee.

Come coach lavoriamo perché “tutto torni” fluidamente e con coerenza.

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